La testimonianza di Antonio Motta

Il Centro Documentazione Leonardo Sciascia a San Marco in Lamis.

Il Centro Documentazione Leonardo Sciascia è nato nel 1990; la sua sede è a San Marco in Lamis, al  civico 13 di via Carlo Alberto Dalla Chiesa. Si può visitare su appuntamento anche di domenica telefonando al 329 7320863.

Cosa ci faccia su questo feroce avamposto del Gargano un Centro dedicato alla memoria dello scrittore siciliano non so proprio spiegarmelo. Ma tutto accade perché accade. Si possono vedere i libri di Sciascia, le prime edizioni, le cartelle con incisioni, fotografie, lettere originali, vecchie riviste, ritratti, disegni ispirati alla sua opera, la raccolta di stampe, l’archivio degli autografi. E poi i libri degli scrittori, dei poeti, dei pittori, dei fotografi, che compongono una rara biblioteca d’autore del Novecento.

Giovanni Verga  diceva dei Malavoglia che il libro si è fatto da solo. Anche il Centro si è fatto da solo. Sono passati più di quarant’anni da quando il nome di Leonardo Sciascia si è presentato alla mia immaginazione. Era il 28 aprile del 1976. Il racconto di questa passione inizia da qui, da quel manifestino severo, come si facevano una volta, che annunciava la mia conferenza non agli intellettuali del mio paese, ma ai lavoratori delle 150 ore che frequentavano il corso serale per la licenza di terza media.   

Quando ho iniziato a collezionare i libri di Lonardo Sciascia avevo trent’anni, oggi ne ho più del doppio e quei libri si sono via via ramificati, come radici di un grande albero, iniziandomi a uno straordinario viaggio della mente: il viaggio di cui parla Borges ne La biblioteca di Babele, labirintico e infinito.

Prima di allora avevo letto solamente Il giorno della civetta e A ciascuno il suo: collegandoli al genere “giallo” mi ero fatto un’idea un po’ stereotipata del suo autore. In effetti il giallo c’entra poco con le storie raccontate da Sciascia. Anche l’aureola dell’impegno, nella versione nefasta che aveva fatto di lui un mafiologo, era distorcente. Pagavo lo scotto di una stagione in cui l’ideologia valeva la fortuna di uno scrittore.

Fu La Sicilia, il suo cuore a darmi di Sciascia un’idea del tutto diversa e a mandare in frantumi il castello dell’impegno: una raccoltina di pochi sedicesimi, che saltò fuori fra le miriadi di dispense universitarie della libreria Fortunato di Bari, lungo il viale della stazione, che portava a Rione Carrassi. In verità cercavo i sei numeri della rivista «Esperienza Poetica», stampata dall’editore barese Cressati negli anni Cinquanta, a cui lo scrittore siciliano aveva collaborato (nessun numero riuscii a trovare, nonostante avessi allertato la “Peucetiza” del signor Luisi, il più cospicuo libraio antiquario delle Puglie).

Quella copia de La Sicilia, il suo cuore mi costò settecento lire, quanto un film western al Kursaal Santalucia. Doveva essere appartunata ad un intellettuale, forse a un maestro elementare come era Sciascia, o ad un altro poeta, che aveva sottolineato ai margini le ascendenze di alcuni versi dai contemporanei. Il ritrovamento di quella silloge, stampata in centoundici esemplari, con i disegni di Emilio Greco, era un buon inizio.

Feste religiose in Sicilia l’ho cercato nella Bari levantina, in una traversa vicino al lungo mare, dove stava l’editore De Donato, che negli anni Sessanta, sotto la sigla “Leonardo da Vinci” stampava una collana etno-antropologica non provinciale realizzata da nomi illustri: Cesare Brandi, Fosco Maraini, Fosco Quilici, e daipugliesi Mimmo Castellano e Antonio Mallardi. In casa editrice riesco a sapere  che le copie residue erano state cedute ad un deposito di libri vicino al quartiere “La madonnella”, dove rintraccio due copie.

La storia di questo libro mi è stata raccontata da Diego De Donato. Sciascia aveva proposto il libro a Vito Laterza, l’editore de Le parrocchie di Regalpetra e di Morte dell’inquisitore. Laterza rinunciò perché non aveva una collana fotografica. Il libro - che rivelò il giovane Ferdinando Scianna – ebbe l’onore di una feroce stroncatura da parte del quotidiano della Santa Sede, «L’Osservatore Romano». Fortunato Pasqualino accusava Sciascia di essere un pericoloso marxista involto nel pregiudizio che i siciliani sono «anticristiani e refrattari alla “metafisica e alla rivelazione religiosa”».

Un collezionista, un bibliofilo non è solo uno che cerca i vecchi libri, ma uno che li ama e si lascia suggestionare dalla carta, dalle copertine, dalle illustrazioni, dalla patina del tempo che si è depositata su quelle pagine.

Non potevo iniziare – per avere le prime edizioni – che dalla casa editrice Einaudi e, come Narciso al fonte, mi innamorai della mia immagine di collezionista.

L’ufficio stampa Einaudi mi raggelò: non era possibie avere neppure una copia de Il giorno della civetta (di cui avevo la quattordicesima edizione) e di A ciascuno il suo. Le cercavo perché non si possono capire le storie di mafia raccontate da Sciascia, senza vedere le sovraccoperte originali, scelte da lui.

Il giorno della civetta ha un disegno di Renato Guttuso, che raffigura un paesino siciliano circondato da zolfare e trazzere. Il giallo e il nero prevalenti alludono alla morte nelle cui spire è stretto il borgo. Più enigmatico Antonio J. Velezquez che adorna la sovraccoperta di A ciascuno il suo. Anche qui è rappresentato un paese antico con i tetti spioventi e un pretino solo sulla piazza. L’idea della mafia che soffoca, che avvinghia, che è invisibile, è  trasmessa plasticamente da quella immagine.

Non mi arresi. Scrissi a Vito Laterza, gentiluomo intellettuale, che corteggiò Sciascia e sognò invano di diventare l’editore delle opere di narrativa. Mi fece avere la prima edizione di Morte dell’inquisitore e de Le parrocchie di Regalpetra, quest’ultima sgualcita e senza la sovraccoperta con i pretini di Nino Caffè. Chi conosce Sciascia sa bene quale ruolo nefasto attribuiva alla Chiesa nella storia dei paesi meridionali. Era un concetto che aveva mutuato dalla storia liberale di Croce. C’è un filo rosso tra la sovraccoperta di A ciascuno il suo e quella delle Parrocchie: i preti che occupano ogni spazio della vita civile. Il mancato Risorgimento di quei paesi ha reso possibile, poi, le storie raggelanti della mafia.

I pretini di Nino Caffè scompaiono nell’edizione del 1963, sostituiti da un disegno di Renato Birolli. Questa seconda ristampa con la sovraccoperta integra è rarissima. Né avrei immaginato di trovarne una copia in un paesino alle porte di Roma, Fornello, sulla strada che porta a Saxa Rubra. L’altra novità di questa ristampa è la nota di Guido Piovene sulla quarta di copertina, che non è citata in nessuna bibliografia su Sciascia.        

Di libro in libro, mi trovai nel mare aperto. Nessuno ancora negli anni Ottanta aveva cercato i libri di Leonardo Sciascia. Le due uniche guide sul mercato: «Il castoro» della Nuova Italia di Walter Mauro del 1973 (seconda edizione) e l’Invito alla lettura della Mursia di Claude Ambroise del 1974, si limitavano a poche voci bibliografiche di routine. Dello Sciascia segreto, del bibliofilo, dell’amateurs de stampes, dello stendhalista, che avrei imparato a conoscere negli scritti dispersi, nelle note d’arte, nei catologhi, nelle cartelle, nei reportages dai paesi della Sicilia, non c’era traccia. Feci tutto da solo, portato da un’insana passione. Quando avevo difficoltà gli scrivevo lettere zeppe di appunti, di dati, di libri, e Sciascia, pur essendo sovraccarico di impegni, trovava il tempo di rispondere. Una volta mi chiamò dalla Camera dei Deputati per ringraziarmi della recensione al Teatro della memoria. Era il 19 marzo del 1981. Ricordo quella data, perché al mio paese si festeggiava la festa rutilante di San Giuseppe.

Gli spasmi della ricerca non sono meno dolorosi di quelli fisici. Andavo avanti con più slancio, ora che potevo contare sul suo aiuto. Fortuna volle che l’editore Lacaita, stampava allora una collana «Gli omaggi», dedicata agli scrittori meridionali e mi incaricò di preparare uno Sciascia meridionalista. Lacaita si considerava un editore meridionalista, formatosi sui testi di Giustino Fortunato, di Guido Dorso, di Gaetano Salvemini. Gli piaceva avere nella sua collana Sciascia, l’ultimo illuminista, che aveva imparato la questione meridionale sui testi arabo-siculi.     

A Leonardo non piaceva la parola “omaggio”, gli sembrava funeraria, spagnolesca, gli evocava la stagione dei Vicerè che avevavo soggiogato e dissanguato la sua Sicilia. Il dossier, Leonardo Sciascia: la verità, l’aspra verità (titolo che mi veniva da Il Rosso e il nero di Stendhal) ci trovò d’accordo. Leonardo mi fece avere per la copertina la diapositiva dell’Abate Vella, il frate che operò il più grande falso della storia meridionale inventandosi il codice dell’arabica impostura. Lo aveva comprato qualche anno prima presso un antiquario di Malta, quando era già uscito Il Consilio d’Egitto. Un dono squisito (e col ritratto del Vella le fotografie di Ferdinando Scianna).

Sciascia, ha scritto Ferdinando Camon, era uno scrittore «dimentico». Non aveva torto. Egli non aveva la dimensione del tempo fisico, quello einsteniano. Tutto nella sua vita era regolato dalla bellezza, dalle suggestioni della memoria, che era per lui un potente magnete in grado di annullare il tempo. In una lettera di quegli anni a Gianfranco Dioguardi scriveva: «[io sono] di poca attenzione alle date, alle feste, ai compleanni e agli onomastici anche dei familiari. E di ciò è sintomo anche il non tenere agende, calendari e – ormai da qualche anno – orologi. Forse tendo a vivere l’inesistenza del tempo: in contraddizione col vivere». Quando gli sottoposi nella hall dell’Albergo Nazionale le bozze di stampa della Verità, l’aspra verità, esclamò quasi incredulo: «non immaginavo che tanti avessero scritto su di me». Le uniche cose che ricordava erano il saggio di Salvatore Battaglia sulla Recitazione della controversia liparitana e lo scritto di Frank Kermode che introduceva l’edizione inglese de Il giorno della civetta.

Nel 1986, al culmine della sua fama letteraria, venne sul Gargano a ritirare un oscuro premio di provincia che mai avrebbe attirato un altro scrittore, sobbarcandosi un estenuante viaggio. Tenne un incontro con gli studenti del liceo, di cui qui si pubblica la conversazione rimasta pressoché inedita. Fu la prima volta che una scuola si riempiva di centinaia e centinaia di suoi lettori, che vennero dalla provincia e da tutta la Puglia.

L’immagine che mi porto dentro di quel giorno memorabile è di uno strenuo combattente, che credeva fermamente nella cultura contadina da cui proveniva, poco nella modernità. Pensava che quella cultura dovesse essere liberata dal giogo dei soprusi e delle ingiustizie. E usò la penna come una spada per combatterli a favore dei più deboli. Per loro scrisse Le parrocchie di Regalpetra, il primo libro moderno che usciva dal Mezzogiorno.

Quella sera la platea si divise in due, sembrava di essere in una grande piazza d’Italia, da una parte i comunisti che applaudivano, dall’altra i democristiani che rintuzzavano. In questo piccolo paese del Gargano si materializzava ai suoi occhi l’immagine dell’Italia ideologicamente spaccata in due come una mela, delle due “chiese” contro cui aveva combattutto. Ogni tanto sorrideva, d’un sorriso acre, come se il suo orgoglioso illuminismo si tingesse di dolore.                                                                                                                    

Dei libri che ho cercato (e continuo a cercare) trent’anni dopo la sua morte, che per me non è mai avvenuta, queste memorie, frammenti, voci, raccontano Leonardo Sciascia che ho conosciuto. Raccontano che ne è valsa la pena, perché ogni qual volta una pagina dei suoi libri, da mani febbrili, sarà cercata significa che ancora c’è speranza.               

                                                                                                                                                      Antonio Motta

                            

 

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